Wednesday, 25 January 2012

Immigrants in Lecce (Italy)

Antonio Leo's ph.

All immigrants of Lecce take part in the protest against the racism and some of them tell the story of he immigration and remind how the brotherhood feeling is important.


Read here: IMMIGRANTS TO LECCE: MEDIATORS FOR A NEW CULTURE


Traduzione in Italiano:



IMMIGRATI A LECCE: MEDIATORI PER UNA NUOVA CULTURA.


 “Perché alcune persone sono state uccise? Solo per il diverso colore della loro pelle? O perché stavano lavorando per guadagnare alcuni soldi per vivere? Ce lo siamo chiesti, ma non abbiamo risposte. Nessuno lo sa. [L’omicida] era razzista”. Mustafa Diarca, dell’associazione Senegalese Teranga, riflette su quanto accaduto ai due uomini senegalesi uccisi a Firenze il 13 Dicembre 2011.
Teranga, in cooperazione con altre associazioni italiane, ha organizzato una manifestazione nel centro di Lecce per supportare tutti gli immigrati che vivono e lavorano in Italia. Tutti i colori, le religioni, le culture e i credo si sono riuniti nelle strade della città per protestare contro la violenza e il razzismo che avvertono in Italia, e per ricordare agli spettatori la necessità far valere i diritti umani.
Lecce, città di 100.000 abitanti, si trova nel Sud d’Italia in Puglia. La città è sempre stata una destinazione per tutti quegli immigranti che arrivano sulle coste della regione provenienti dai Paesi che si trovano dall’altro lato del Mar Mediterraneo, come Albania e Tunisia. Ci sono però anche immigranti provenienti dal Nord Italia o dal resto d’Europa.  
La Polizia di Stato ha riferito a Dispatches International i dati inerenti i flussi migratori in Puglia relativamente al 2011. Nella provincia di Lecce sono circa 10.000 le persone ad avere un valido permesso di soggiorno. Tra la fine di dicembre e il primo gennaio 2012 il numero degli immigranti con valido permesso di soggiorno contava 8.834 persone, ma il numero non fa riferimento a tutti coloro i quali devono rinnovare il proprio permesso di soggiorno. Dunque, l’ attuale numero di immigranti registrato nell’ultimo anno potrebbe essere molto più grande.
Solo a Lecce, coloro che hanno un valido permesso di soggiorno sono 3.658. Di questi 769 vengono dall’Albania, 453 dalle Filippine, 418 dal Senegal, 300 dalla Cina, 200  dal Marocco, 200 dall’India, 182 dal Brasile e altre minoranze etniche dalla Tunisia e da altri Paesi a completare il quadro. La comunità albanese a Lecce è sempre stata la più grande, seguita da quella senegalese.
Sono tante le ragioni per le quali molti scelgono di vivere in quest’area. Per la comunità senegalese di Lecce, la ragione è legata al fatto che Lecce ricordi un po’ l’Africa.
“Mi piace il mio Paese. Nessuno mi ha forzato, ma io sentivo dentro l’ anima che dovevo lasciare la Tunisia. Sono arrivato qui perché in Italia ci sono tutte le possibilità che non potevo avere lì per ragioni politiche”.  Anis Kefi ha deciso di stabilirsi a Lecce dopo aver vissuto in altre città italiane, come Padova, Modena e Bologna. 
 “Non sono mai riuscito realmente ad essere parte della comunità italiana lì. Qui a Lecce mi sono sentito accolto perché c’è la cultura mediterranea. Noi ci capiamo, abbiamo più possibilità di comunicare gli uni con gli altri. L’atteggiamento all’accoglienza presente a Lecce è più o meno lo stesso di quello tunisino.
Kefi sta pensando di organizzare un’associazione di immigrati tunisini per garantire loro tutti i diritti che sperano di avere in Italia. Egli spera che un progetto come questo possa arricchire gli stranieri a Lecce.
L’associazione senegalese Teranga, che significa “accoglienza”, fondata a Marzo 2010, sta già lavorando per il raggiungimento di quegli obiettivi che Kefi sogna di realizzare. “ Noi otteniamo tutte quelle informazioni che possano essere d’aiuto agli immigrati” dice  Diarca, membro dell’organizzazione. “Il Governo generalmente dice quali sono i loro doveri , ma non li informa riguardo ai loro diritti. Alcuni italiani pensano di poter aggirare gli stranieri”.
Come esempio menziona la legge del 2009 che permetteva agli immigrati che avevano lavorato a nero per un datore di lavoro italiano di poter essere legali versando 500 euro di contributi alle Poste Italiane. Alcuni italiani hanno chiesto molto di più ai lavoratori: alcune volte 1.500 o 2.000 euro
“Teranga aiuta la gente ad essere integrata nella società italiana”, spiega Diarca. Egli ricorda cosa significò per lui arrivare in Italia come un immigrato”.  Ti senti solo e ogni cosa è difficile. Trovi nuova gente, devi imparare un’altra lingua e hai bisogno di tempo. Integrazione significa imparare a comunicare e avvicinarsi ai nativi”.
“E non dimenticare la propria cultura, che non è semplice”, aggiunge.
 Attualmente Diarca è sposato con una donna italiana e ha due bambini, ma sta pensando di tornare in Senegal e cominciare un lavoro nell’ambito delle importazioni-esportazioni tra il Senegal e l’Italia per avere la possibilità di vivere in entrambi i Paesi a periodi alterni.
Un altro immigrato senegalese, Papa Ngay Fad o Amadou, com’ è conosciuto a Lecce, ha una visione netta riguardo all’ integrazione culturale: “Io non devo essere integrato. Integrato in cosa?” chiede.
“Sono parte della razza umana e la mia educazione mi ha reso una buona persona, il che significa che io so come stare con altre persone. Potrei diventare più tollerante perché capisco che ogni cultura ha le proprie differenze, in Italia ognuno permette ai bambini di guardare negli occhi di un adulto, mentre in Senegal non è concesso, ma divenire parte di una comunità non significa esserne completamente assorbito da essa”.
Amadou arrivò a Milano dal Senegal dopo aver ricevuto un visto italiano. Dopo essere stato a Milano si trasferì a Lecce.
Emigrare è un fattore importante per la cultura senegalese. Con un lavoro in un altro Paese è possibile fare molti più soldi da rispedire alla propria famiglia o agli amici.
“Io non potevo rifiutare di venire in Italia perché questo poteva significare che ero debole e che stavo perdendo l’opportunità che Dio mi stava offrendo” ammette Amadou. “Chi non cambia mai il proprio luogo non saprà mai qual è il posto migliore per la sua vita. Ognuno dovrebbe cambiare e cercare la propria fortuna”.
In Senegal Amadou non era un venditore di libri, ma è stato il primo lavoro che ha trovato in Italia, così ha continuato. Ogni giorno passeggia per le vie del centro di Lecce, cercando di vendere libri. Ha sposato una donna italiana, ha un figlio e ha pubblicato il proprio libro.
“In Italia sono sempre stato un venditore di libri così ho pensato di scrivere un libro su di me. Avevo molte foto scattatemi da alcuni fotografi e ho pensato che avrei potuto aggiungere alcune parole alle foto. Poi, parlando con mia moglie, abbiamo deciso di scrivere “Se Dio vuole”.
Bledar Torozi, venuto dall’Albania, afferma che l’emigrazione è una fondamentale componente culturale del suo Paese d’origine. Egli è il presidente dell’associazione albanese Vëllazërimi e del centro multi cultural Etnos. “Noi eravamo convinti che la Terra appartenesse a tutti”, dice Torozi
“La nostra prima migrazione fu causata dal bisogno di libertà. Eravamo a soli 80 km lontani dal resto d’Europa, dove ogni cosa era permessa” ricorda. “Non potevamo più accettare di vivere [in Albania] perché sapevamo che il mondo che il nostro sistema ci stava proibendo era realmente vicino a noi. Noi avevamo sempre avuto la forte convinzione che se il nostro sistema [comunista] non fosse cambiato avremmo vissuto le nostre vite in un altro posto”.
 Torozi racconta a Dispatches International che nei primi anni Novanta, 25.000 persone lasciarono l’Albania, la maggior parte dei quali intellettuali, bancari, laureati. Questo flusso migratorio provocò una crisi nella stabilità economica del Paese e, conseguentemente, ebbe un impatto negativo sul regime comunista.
 Torozi dice che quando arrivarono, i pugliesi diedero loro un’accoglienza magnifica. Poi il loro comportamento cambiò.
“L’ Italia sta diventando razzista negli ultimi anni”, afferma. “La ragione potrebbe essere insita nella crisi economica generale che incombe sul mondo; la gente non ha lavoro, e per anni il Governo ha accostato l’immagine dell’immigrato a quello della persona che ruba il lavoro agli italiani. Il razzismo sta crescendo e quello che è accaduto a Firenze è una conferma di questo fenomeno”.  
Torozi spiega anche che il razzismo italiano contro gli albanesi è meno evidente rispetto al  razzismo verso altre minorianze, ma è più forte. “Un senegalese è totalmente diverso da un italiano, mentre noi siamo uguali. Siamo bianchi, non siamo facilmente riconoscibili”, dice.
“Se a qualcuno non piace un senegalese o un cinese, dirà qualcosa contro il diverso colore della pelle, ma non farà lo stesso con me. L’odio nei miei confronti potrebbe essere peggiore e riguarda una specie di competizione che potrebbe nascere tra noi”.
A conferma della sua teoria, Torozi dice che un ragazzo italiano che vuole offendere una persona generalmente dice “Ti vesti come un albanese”,  affermazione causata fondamentalmente dall’ abbigliamento anni Settanta che gli albanesi avevano quando giunsero in Italia negli anni Novanta.
“Quando voi vivevate in Italia negli anni Settanta, noi guardavamo [il modo di vestire] in televisione ma non potevamo fare lo stesso in Albania. Poi, quando abbiamo lasciato il nostro paese, pensavamo ancora che potevamo vestire in quel modo, ma negli anni Novanta gli italiani avevano abiti completamente differenti”.
Torozi lamenta il fatto che la nuova generazione di albanesi rifiuti le proprie origini per non essere discriminata e pensa che gli italiani dovrebbero considerare la reale importanza che gli immigrati hanno per l’ economia italiana.
Ritiene che se tutti i lavoratori immigrati facessero sciopero, l’ economia italiana si bloccherebbe. “Ma la gente razzista questo non lo pensa”, esprime Torozi.
“Più del 60% degli stranieri lavora nelle industrie del Nord Italia. Il lavoro dei campi si compone di immigrati. Chi rimpiazzerebbe gli stranieri in tutti i generi di lavoro che gli italiani si rifiutano di fare?” si chiede.
Attualmente cittadino italiano dopo aver vissuto venti anni a Lecce, Torozi chiede il rispetto delle minoranze, perché la terra appartiene a tutti e non ha limiti”.
 Tutti gli immigrati intervistati in questo articolo pensano che una reale integrazione nella vita italiana possa essere promossa dalla comunicazione tra due culture, una cooperazione che possa arricchire le vite di immigrati e nativi simultaneamente.
 Kefi, tunisino, dice che due mondi differenti che si uniscono potrebbero creare qualcosa di nuovo, un altro modo di vivere. “ Se la gente locale desse ai nuovi arrivati la possibilità di vivere in una condizione normale, molti problemi non esisterebbero”, afferma. L’odio potrebbe essere eliminato e potrebbe essere scoperta una cultura del tutto nuova”.
Kefi sta cercando di creare nuove opportunità per tutti coloro che arrivano a Lecce e vi rimangono. Crede che, come egli stesso, nessuno degli immigrati appartiene a una sola cultura. “Io non sono più tunisino, ma non sono un perfetto cittadino italiano” ammette.
“Ho cercato di prendere tutte le cose buone della mia cultura e tutto quello che mi piace della cultura italiana per diventare una persona migliore”.
Diarca, dell’organizzazione Teranga, dice che nessuno dovrebbe dimenticare la propria cultura. Per esprimere al meglio il suo pensiero ricorda un proverbio senegalese, che dice che quando un uomo anziano muore è come una biblioteca che brucia.
 Conclude dicendo: “Noi siamo nati perché la gente che che vive qui da sempre capisca che siamo umani come loro, che non c’ è ragione per avere paura della diversità. La fratellanza tra le persone è davvero importante per creare uno scambio di culture e saggezza”.  


Foto di Antonio Leo:













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